La sera della vigilia della festa di Sant'Antonio abate a Colli a Volturno si rinnova una secolare tradizione popolare: le case del paese vengono visitate da gruppi di tredici questuanti che, percorrendo le strade del capoluogo cittadino e delle frazioni, sotto le sembianze di monaci, intonano un antico canto in onore del Santo eremita e fondatore del monachesimo orientale.
     I figuranti interpretano la persona del Sant'Antonio, in groppa ad un asino, e di altri dodici monaci rievocando la "cerchia" ossia la questua di porta in porta con la quale tradizionalmente gli appartenenti ai movimenti pauperistico-religiosi traevano sostentamento.
     Non appare casuale ma particolarmente singolare la coincidenza della festa con l'apertura del carnevale.

      La rappresentazione, infatti, è originata oltre che dalla antichissima usanza di inscenare sacre recitazioni anche dall'ingenuo spirito umoristico del popolo che, attraverso le maschere dei monaci, coglie l'occasione per regalare alle famiglie cui si fa visita, un po' d'allegria in cambio di doni in natura ed in particolar modo prodotti di norcineria.
     Infatti proprio nei mesi di dicembre e gennaio, infatti,  viene effettuata la macellazione domestica del maiale i cui prodotti vengono offerti in dono ai questuanti.

     A sera, quando la Confraternita raggiunge la piazza principale, tutta la gente affluisce per festeggiare l'evento.
Si accende un grande falò, ed intorno si continua a cantare e suonare fino a tarda sera.
     A tale manifestazione partecipano anche numerosi gruppi di bambini che organizzati in "squadre", percorrono in lungo e largo il paese, allettati dal fatto che ogni famiglia al loro passaggio elargisce doni in natura.

            Alcune delle edizioni che siamo in grado di documentare iniziando dal 1950 per proseguire ad alcune svoltesi negli anni 60 e 70